Storie della Passione di Cristo di Giovanni Baronzio

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Grazie alla mostra Restituzioni organizzata da Banca Intesa sono state restaurate le tavolette di Giovanni Baronzio raffiguranti le Storie della Passione e il Giudizio universale.

L'opera di Giovanni Baronzio risale alla metà del terzo decennio del Trecento ed è legata agli esempi di Giotto a Rimini e a Padova, negli affreschi della Cappella degli Scrovegni. Le sei tavolette della Storia di Cristo sono frammenti di un complesso più ampio, smembrato in epoca antica, al quale appartenevano anche una Deposizione nel sepolcro di collezione privata e cinque scene oggi alla Gemäldegalerie di Berlino raffiguranti Cristo davanti a Pilato, la Resurrezione, Cristo al limbo, l’Ascensione e la Pentecoste.
L'intervento conservativo ha riportato all’originaria luminosità la gamma cromatica evidenziando le tonalità di verdi smeraldo, gialli aranciati e rosa pastello, oscurati da un'alterata vernice applicata su uno strato di deposito superficiale inorganico non rimosso dai precedenti restauri, oltre ad alcune ridipinture che appesantivano l’originaria stesura pittorica.
Uno dei risultati più interessanti ottenuti è la recuperata leggibilità della figura posta alle spalle di Cristo, verosimilmente Simone da Cirene, detto il Cireneo, che fu costretto a trasportare la croce di Gesù, nell’episodio Pilato si lava le mani. Rimosso il colore sordo e compatto che la oscurava sono emersi i rattoppi colorati della veste e uno squarcio che fa intravedere la pelle nuda del dorso.
Nei retro delle tavolette veneziane si possono seguire le venature del legno ricostruendo la storica disposizione articolata su due registri di tre storie ciascuno, dove la Cattura di Cristo era posizionata sopra a quella raffigurante Cristo che sale sulla Croce, a seguire in basso la Crocifissione e poi di nuovo sopra Pilato che si lava le mani e sotto la Deposizione dalla Croce. Una simile distribuzione fa pensare a un’anta di dittico o di trittico. Il riquadro oggi in collezione privata e le restanti quattro Storie del museo berlinese si posizionavano forse in successione nei due registri inferiori, impotesi purtroppo non confermabile perchè i retri delle tavolette berlinesi presentano una finitura a mordente che impedisce la lettura delle venature. Sicuramente la serie si concludeva con il Giudizio universale delle Gallerie dell’Accademia.
L’ipotesi di un’anta mobile appare tuttavia avvalorata anche da altri indizi: sul retro della Cattura, in prossimità del bordo, è visibile un piccolo tassello ligneo probabilmente posto a risanare l’incavo di una perduta cerniera, mentre nell’angolo inferiore destro del Giudizio universale la presenza di un foro perfettamente circolare potrebbe essere il segno lasciato da un gancio utilizzato per la chiusura del manufatto. Questa ricomposizione dei frammenti superstiti presuppone, evidentemente, l’antica esistenza di un’anta sinistra nella quale si potevano trovare episodi dell’infanzia di Cristo e probabilmente scene della Passione antecedenti alla cattura come l’Ultima cena o l’Orazione nell’orto. Nel caso vi fosse stato anche un elemento mediano è probabile si trattasse di un’immagine della Vergine con il Bambino solitamente raffigurata al centro di trittici o dossali con storie cristologiche. Si può quindi immaginare una struttura di dimensioni medie, con un’altezza complessiva di circa settanta centimetri, realizzata probabilmente per un altare piuttosto che per la devozione personale.
La diffusione di simili manufatti, comprendenti cicli cristologici suddivisi in piccole scene che implicavano una visione ravvicinata, ma che raggiungevano spesso proporzioni di piccoli dossali, sembra interessare in particolar modo l’area adriatica, e quindi l’ambito veneziano, ma anche quello riminese come attestano le tavolette delle Gallerie dell’Accademia. Nel caso specifico del complesso diviso tra Venezia e Berlino i frammenti noti, mancando qualsiasi riferimento iconografico o documentale utile a definirne la provenienza, non consentono di giungere a delle conclusioni sulla possibile destinazione.
Per molti altri complessi, tuttavia, è dimostrata l’origine monastica e ciò ha prodotto nella critica più recente la suggestiva ipotesi che si possa trattare di opere destinate all’arredo dei cori delle monache con una finalità di supporto alla liturgia o di aiuto mnemonico nell’attività di preghiera. La clausura, infatti, non consentiva la partecipazione diretta alle funzioni, le religiose ascoltavano la voce dell’officiante, ma non avevano modo di vedere l’altare maggiore. La loro collocazione era in una cappella interna, il coro delle monache appunto, architettonicamente separata dall’aula principale. Una posizione certamente raccolta che consentiva la piena fruizione anche di storie di piccolo formato.


Giovanni Baronzio
(notizie dal 1343 al 1345)

Sei storie di Cristo
1325 c., tempera e oro su tavola, cat. 26, provenienza ignota

Restauro
Annalisa Lusuardi

con la direzione di
Valeria Poletto
(SSPSAE e per il Polo Museale della Città di Venezia)

Indagini diagnostiche
Matteo De Fina